Le case chiuse di Kabukicho (parte seconda)

[Continua] (Non perdere la prima parte)

Devi sapere che in Giappone perfino la mafia, chiamata Yakuza, ha più valore sociale dei politici italiani. Ha anche maggiore dignità di quell’accozzaglia di bruti che sono le mafie italiane.

Odio anche solo l’idea di riconoscere qualcosa di “positivo” ad una organizzazione criminale, ma la leggenda che la notte la Yakuza tiene le strade sicure mi è parsa vera. Non volevo credere a quanto letto, ma sembra che il tacito accordo con le forze di polizia, che tengono l’ordine di giorno, funzioni.

Non che la polizia abbia molta scelta, ma questo è quanto e per le vie di Tokyo sei molto più al sicuro che a Roma, Milano o Catania – che tutte assieme fanno la popolazione di un suo quartiere, per intenderci. È così che, di media, perfino il “nipponese” dei quartieri “bassi” della metropoli sta meglio che nei territori italiani appestati dalla criminalità organizzata.

Ma tutto questo non è un rimedio all’idiozia.

La Shinjuku Station, l’hub di trasporto con più traffico al mondo. I suoi sotterranei sono grandi come una città.

Quella ammazza sempre, ovunque tu sia nel mondo, e viaggiando tanto cerco sempre di tenerlo a mente.

Mi venne in mente, infatti, quando già avevamo iniziato a camminare verso la soluzione alla mia curiosità. Fu una realizzazione lenta ma ghiacciante, un cubetto di ghiaccio che ti scende dal collo lungo la schiena, fino a squagliarsi lento tra le chiappe.

Oramai c’ero.

Muovendoci in queste strade il gigante nigeriano, che d’ora in poi chiameremo Bob, mi guida verso il suo covo.

Per tutta la strada mi parla dei fatti suoi. Mi dimentico il suo vero falso nome mentre ancora lo dice. Tra le varie palle spara di essere lì da quindici anni, di essere sposato con una giapponese – che suppongo gli arrivi circa all’ombelico – e che tanti nigeriani sono a Tokio come lui. Lo dice quasi con orgoglio e lo ripete poco dopo, così questo suo “tanti” mi dà da pensare. Come si possono gestire la vita “tanti” nigeriani a Tokyo? Non è una metropoli cosmopolita come tante, è una metropoli giapponese. Per chiarirci: è una metropoli piena di giapponesi e basta – quasi. Non siamo a Londra o Parigi, che sono dei melting pot dove trovi di tutto – inclusi un sacco di italiani che cercano di rapinarti – no: gli stranieri qui sono pochi*[1], i non asiatici sono ancora di meno e si notano come una torcia nell’oscurità.

Sinceramente, immagino che metà comunità nigeriana stia a Shibuya dalla sera alla mattina, divisa tra incroci e locali, impegnati a gestire un certo aspetto della sicurezza locale e abboccare idioti come me[2].

Trovo difficile immaginarli alla luce del sole. Anche perché buona parte erano attorno a me adesso.

Mentre ci avviciniamo alla destinazione, Bob non manca di dire che tutto è bellissimo, che “Puoi toccare, palpare, leccare” e mi elenca i vari punti dove mettere le mani e che cosa fare.

Per chi capisce i giochi di parole e conosce la storia di uno dei prodotti più utilizzati al mondo.

Penso di prendere appunti e ringraziarlo per la lezione di anatomia e galateo, ma poi gli rispondo solo “Non è cosa amico, oggi lasciami tranquillo che non è giornata.” Quello risponde “Sì sì, certo” come una moglie che va al centro commerciale con la Visa del marito.

Arriviamo alla destinazione – poche vie avanti – e capisco di dover salire in ascensore solo con lui.

Un’altra cosa che devi sapere è che istintivamente guardo vie di fuga, possibilità di difesa, posizione delle mani delle persone, specie se non sono a mio agio. È una cosa che non posso controllare. Inoltre, ho fatto a botte abbastanza spesso da sapere che il piccolo vince sul gigante solo su Dragon Ball.

Ora, anche escludendo eventuali armi, io ho la stazza di un puffo gioioso e lui quella di Golia: non mi sento rassicurato neanche un po’.

Ma vabbè, mi dico, anche se facessi le scale (erano esterne) invece che salire in ascensore, sto entrando con un estraneo in un appartamento sconosciuto in Giappone dietro la promessa di facili piaceri. Già questo è da coglioni. Chiusa la porta alle mie spalle, potrei trovarmi in una puntata di Hostel dal lato sbagliato del contratto. Oppure essere venduto al chilo nel mercato degli organi. Poi dicono che non vali…

In ogni caso, confido nei santi e nei patroni, nel controllo territoriale della Yakuza, mi sento patetico a confidare nella mafia per la prima volta, ed entro nell’ascensore con lui.

Cosa succede?

Niente. Cosa volevi che succedesse? È un semplice ascensore! Scusa se ti deludo ma Bob è un vero galantuomo e un professionista, rispetta le regole e sorride. Non infanghiamo il suo onore. Infatti, mentre saliamo continua dire che è bello palpare le mercanzie in offerta e dovrei dedicarmi a questa attività a tempo pieno.

Raggiungiamo un appartamento al quarto piano. Pare una casa qualunque ma quello che si apre davanti a me è un portale interdimensionale, uno stargate.

Oscurità, nebbia emerge per afferrarci i piedi: veniamo risucchiati tra carte da parati non catalitiche pre-Euro 1, fumo – sigarette e incensi in ventate mistiche – suoni sconnessi. Un altro Bob mi sorride nell’oscurità, per via dell’inevitabile e politicamente-scorretto gioco di colori, pare l’apparizione dello Stregatto sopra l’albero: solo denti. Attorno si aggirano tre ragazze in abiti da lavoro e tre clienti che mi sembrano wannabe businessman coreani.

In fondo a questi antro, luci soffuse rosso-violacee. Il colore dei lividi.

Sono tutti ubriachi fracichi e un coreano violenta con inaudita brutalità un karaoke, senza sosta e senza sentirsi mai stanco. Il microfono mi guarda invocando pietà e mi giro dall’altra parte, impotente. Spettacoli a cui nessuno dovrebbe assistere.

“Ecco, questo è il posto.” Mi sorride a trenta lame, Bob. “Permettimi di offrirti da bere, rilassati.”

Godzilla in Giappone: che fai, te ne privi?

Certo, come Napoleone a Waterloo, amico mio, emorroidi e cavallo bianco inclusi!

Essere chiuso in un appartamento buio con sconosciuti ubriachi mi manda in tensione anche le orecchie e Bob, veterano del mestiere, lo ha capito subito. Ma ci prova lo stesso. Lui vende buone vibrazioni e intrattenimenti e vuole fare del suo meglio, il nostro Bob. Spara altre palle su come gli piace il Giappone, mi dice tutto sulle vacanze che presto farà a casa, mi racconta di chi incontrerà dopo una lunga assenza, si confida.

Ora fai attenzione, ho una cosa da chiederti.

Fai questo sforzo per me: siediti, chiudi gli occhi, inspira forte ed espirando lentamente immagina la situazione, il contesto. Visualizza me, piccolo sardo dai capelli colorati, che voglio alzarmi e sparire agitando il naso come in Vita da strega, stanco da alcol e jet lag, teso e per di più ferito a morte dall’agonia del karaoke.

Immaginalo, poi apri gli occhi e dipingi un quadro enorme, due metri per due, a colori brillanti e luminosi, del grandissimo caz[censura] che me ne fregava delle sue ferie!

Ecco: ora lo vedi anche tu.

A quel punto, con tempismo da commedia, si avvicina a me una ragazza, a naso direi coreana anche lei. Chiamiamola Lara. Lara era una bomba: davvero bella, molto pulita, molto provocante, un volto incantevole.

Ti posso dire che indossava un tubino bianco non molto lungo… di quella lunghezza che chiaramente aveva le mutande rosa, insomma!

Mi avevano già dato l’onnipresente panno caldo*[3] per cui avevo le mani pulite (evito battute su Mani Pulite che gli under 30 non capirebbero) e lei, senza esitare, le prende e se le mette dritte sulle cosce. Eroe!

Fece un salto, non poté controllarlo.

Vuoi regalare vere emozioni ad una donna? Zio Simone ti dice come fare: vai in stato di allerta, tieni alta l’attenzione ed elimina totalmente la circolazione periferica! In pratica, avevo le mani ghiacciate e la poveretta si è presa un colpo al pensiero di doverle tenere lì.

Con suo grande sollievo, le levo subito con la scusa di prendere la birra e inizia di nuovo la fase delle cazzate.

Come ti chiami, da dove vieni, come sta la gatta e via dicendo, io che le dico di non preoccuparsi che me ne stavo andando, non avevo tempo e Bob lo sapeva.

Cercava intanto di scaldare le mie mani tenendole nelle sue, con miserrimi risultati. Lara, da brava professionista anche lei, faceva del suo meglio ma niente, avevo le falangi in ipotermia.

Io le levavo per cercare di bere la mia freddissima(!) birra e levare le tende il prima possibile. Lei le riprendeva di nuovo.

Era la birra più ghiacciata del Giappone, credimi! Ma pensa che c’ero quasi riuscito. Ero quasi sceso a un terzo del bicchiere, pieno solo quel tanto che sei stato cortese nel paese della cortesia, hai salutato tutti in famiglia ma hai bevuto il tuo e finalmente puoi fare come fa Baglioni…

Feci l’errore di alludere al fatto che era il momento di levare le tende, perché è lì che la nostra bella Lara mostra la sua crudele professionalità: si trasfigura in arbitro Moreno (anche qui, i giovani non conoscono questa essenza del male) e tira fuori un cartellino: fallo*[4]! Era pure rosso.

Il cartellino che teneva in mano era un prezzario. “Qui funziona così: tu paghi da bere alla ragazza così puoi anche continuare a parlare con lei. Ci sono tre offerte, dai 1800 ai 5000.” L’offerta di mezzo era 3000 Yen Giapponesi – circa 25 Euro. E sticazzi!

Per un momento penso di discutere con lei dei Dalit in india e di una possibile uscita dalla loro condizione di casta che non comporti il doloroso abbandono della propria fede e la rottura con la società circostante. Interessante, ma mi pare una discussione oltre il mio stipendio di impiegato.

Pensa, poi, se nel retrobottega ha amiche indiane e le invita al tavolo per un punto di vista più coerente! Non che non mi troverei a mio agio, ma queste chiacchierate sono abituato a farle con una boccia di vino rosso, cibo troppo grasso e magari uno shpiniello in quattro. Povero in canna come sono dovrei alzarmi prima che riusciamo a capirco, e non mi pare carino.

Faccio due conti di cosa potrebbe succedere se mi alzassi immediatamente, se facessi una fuga pre-drink.

Avevo sentito leggende terribili sulle sovraffollate metropolitane di Tokyo. Come puoi vedere, non era vero niente, a patto di non essere un lavoratore e poter evitare gli orari di punta (sic!)

Per prima cosa capisco che, se lo faccio, la ragazza passa guai per aver lasciato volare il gonzo senza spillargli uno yen. E mi paiono guai dolorosi.

In secondo luogo, ritorno dal mio mondo parallelo e capisco che con la ragazza ci sto già parlando e a loro poco importa che io non lo non volessi: sto già consumando il prodotto! Così se mi alzo adesso magari mi lasciano uscire dallo stargate nudo e vestito di un lungo e grasso cetriolo su per le zone buie.

Mah! Guardiamo cosa c’è di buono in questo fantastico menù a tre pezzi…

“Ma non quello economico! Prendi uno degli altri due.” Dice Lara, leggendo il mio sguardo. Eh! Ma figlia mia, allora sei stronza davvero.

Ripenso all’idea di levarmi, ma vedo subito il cetriolo e il colore delle luci soffuse spalmato sulla mia pelle. Ordino il 3000 Yen per la principessa, un bicchierino scarso di vinello non specificato che suppongo sia buono per pulire i carburatori. Infatti, lei ci si bagna appena le labbra. A 25 Euro voglio vederti leccare il bicchiere vuoto! Ingrata!

“E tu cosa prendi?” Botte prendo, e tante.

Ma anzi, mi dico che con questo dovrei averle evitate e le indico la mia birra non finita – oh, il mio famoso e cortese terzo di birra rimasto! Punto per me!

Ho speso abbastanza e io e Lara, oramai grandi amici, possiamo dirci altre due boiate e tenere la commedia altri due minuti.

Pirandello diceva che nella vita si incontrano tante maschere e che in fin dei conti le indossiamo noi stessi. Sono sempre stato d’accordo: tutto di noi è in fondo una grande recita, anche quando siamo “noi stessi”. In questa triste farsa ognuno ha recitato la sua parte e realizzato il suo ruolo: il pappa ha portato il gonzo, la ragazza gli ha spillato dei quattrini, il gonzo ha pagato. Penso che siamo tutti pari e adesso sia onesto andarmene.

È qui che, dando una frettolosa risposta alle sue insistenze, mi accorgo di lasciarla turbata quel tanto che la fa spegnere e cessare ogni insistenza.

Bob mi guarda un po’ allarmato, lei dà uno sguardo sconsolato.

Bob sorride e mi apre la porta. Il pianeta Terra mi saluta oltre il portale.

Faccio le scale ridendo da solo, mentre altre intrattenitrici lungo le scale guardano curiose un gaijin con gli occhi gonfi e dai capelli colorati.

Rido per un po’, è vero, ma ho l’amaro in bocca per aver turbato quella ragazza, una giovane persona che senza bisogno di cattiverie altrui dubito se la passi alla grande e stia vivendo un sogno. La sua reazione era sincera, non di mestiere.

“Ma stai! Non ho finito di bere e voglio parlare con te. Perché te ne vai?”

“Perché, mia cara, sono ancora giovane ma ho imparato quando dire di no.”

Ancora oggi mi chiedo il perché di quella sua espressione turbata, perché una frase detta senza cattiveria alcuna sia stata una chiara pugnalata. Con la parola furon fatti i cieli, ma anche tanto altro.

Shibuya - Tokyo - 8 Novembre 2017

[1] Tokyo è enorme, si parla di 13,929,280 abitanti per arrivare a 38 milioni se si includono le amministrazioni oramai inglobate e dipendenti da essa. Gli stranieri sono 551,000 - 0,68% della popolazione - principalmente cinesi, sud coreani e vietnamiti. Capisci che dire che “tanti” Nigeriani vivono in città può lasciare perplessi.
[2] Wikipedia pare confermare i miei sospetti sia riguardo il numero sia riguardo l’occupazione svolta (https://en.wikipedia.org/wiki/Nigerians_in_Japan#Business_and_employment) leggerlo dopo aver scritto questo articolo mi ha fatto davvero sorridere.
[3] Dare un panno umido e caldo quando ci si siede in ristorante o al bar - per detergere le mani - è una pratica igienica e piacevole che spero tanto diventi usanza anche da noi.
[4] Dai, non fare battute su questa parola in questo contesto. Non ero in Tailandia, una battuta facile ora rompeva troppo il ritmo e non l’ho potuta fare nemmeno io.

Le case chiuse di Kabukicho (parte prima)

A Kabukicho le cose succedono la notte, ma io l’ho capito da poche ore.

La mattina è una città di spiriti inquieti, ragazzini barcollanti appena usciti da love hotels e locali notturni. Erano carne nella notte ma sono spettri luminosi sotto il sole.

Hanno sempre la pelle bianchissima, sono rigorosamente magri, vestono mise discrete come stivaletti bianchi, pantaloni neri, giacche in leopardo, capelli che manco i Guns’n Roses. A volte sono raffinati e si accontentano di zeppe borchiate, borsello di uranio povero, giacca in pelliccia aliena. Sono i loro giorni blues, nella capitale del J-Pop.

Vado verso la colazione e mi guardano come un cane la polpetta. Il gaijin con la testa verde pare attirare questi professionisti dell’alternativo. Non voglio sapere a cosa pensano.

Li ignoro e mi dirigo verso i miei noodles. Ho un po’ di mal di testa per la notte passata e devo prendermi un momento. Devo rielaborare cosa è accaduto tra birra e whisky, e devo farlo a stomaco pieno. Sono tante cose per un sardo in jetlag.

American Bar in Kawaguchiko
American Bar in Kawaguchiko, sulla porta di una struttura a forma di Cremlino, per non farci mancare niente

Tokyo ha Shijuku, Shinjuky ha Kabukichio. Shinjuku è il quartiere alternativo e del divertimento di Tokyo. Kabukicho è la su parte hard, una sorta di oasi della trasgressione mainstream dove non so se pentirmi del mio alloggio economico.

(nota: a Shijuku ci sono ufficialmente circa 200 locali dove donne di ogni genere intrattengono uomini col borsello.

Night club, strip clubs, voyeur’s cabinets, discoteche con file chilometriche, erotic shops, bar e luci, tantissime luci. Se non vuoi donne e delirio, andare lí da solo è una scelta insolita, soprattutto per un tipo da birra e pub come me. Ma la curiosità ha vinto il poco buonsenso di questo nerd in fuga, ed eccomi a scriverne. Almeno, so di non essere solo in questo bisogno di cacciarsi nella bolgia.

Proprio ieri ho conosciuto una giovane coppia arrivata dalla Silicon Valley, lei di Google e lui di Amazon. Due giovani che guadagnano 80.000 l’anno per poi dover dividere la casa con altre tre persone(!).

Erano gentili e alla mano, avevano già un buon livello etilico così si è chiacchierato e offerto dei giri – Oh, il whisky  Giapponese! – andati all’Oslo Batting Center lì vicino, detto una quantità di sciocchezze. Ci si è scambiati autorevoli opinioni sul niente, valutato il futuro attraverso il vetro del bicchiere, sentiti dei cosmopoliti per qualche ora. Trovare altri IT, come me coinvolti in una multinazionale, in viaggio ed in vena di filosofare mi ha fatto sentire meno solo per qualche ora. Parlavamo e ci capivamo. Giovani anche loro, tesserine di un grande puzzle anche loro, mi hanno ripetuto allo sfinimento che dovrei andare in California e fare una sacco di soldi – come fosse quello l’importante – e poi ci si è salutati in amicizia.

Svariati Yamazaki dopo…

A quel punto, loro vanno a cercare del ramen prima di partire verso casa, io invece voglio farmi uno Chpok della buonanotte (birra e vodka shot) perché il jetlag mi teneva sveglio e non avevo certo le loro gomme alla marijuana per dormire.

Quindi cerco un pub, qualcosa alla mano che non fosse una discoteca o qualche club equivoco.

All’ennesimo incrocio mi ferma l’ennesimo nigeriano – un gruppo raro da quelle parti, che puoi osservare quasi solo la notte – “Ciao amico come va?” e la solita tiritera. Quello che fanno questi signori agli incroci é fermare chi ha gli orologi costosi e gli occidentali con la faccia da pirla e offrirgli, in generale, donne. Fino a quel momento, avevo capito solo questo.

Era forse il decimo in due notti e come per ogni pubblicità spudorata e aggressiva che si rispetti, sono riusciti ad incuriosirmi. Volevo sapere, volevo scriverne e così stavolta mi sono fermato e gli ho chiesto come funzionava.

“Vieni, ti porto a…”
“Non oggi, dimmi solo come funziona.”
“Ma vieni te la mostro così sai dov’è.”
“Senti, tanto oggi niente da fare, voglio solo sapere…”

In quel momento sento ridere, mi giro ed era la coppietta californiana, giunta alle mie spalle come l’Agente 47 con la corda di pianoforte.

“Che cosa vi state dicendo? Beccato! E meno male che eri stanco. Goditela! Goditela!”
Il gentiluomo delle pubbliche relazioni – chiamiamolo Bob – non perde un secondo “Sì sì, il vostro amico adesso se la gode, fa bene!”.
“Trattalo bene questo che è un caro amico eh! Fallo divertire.”
“Certo certo! Lo faccio trattare benissimo!” E via così!
Io sto lí in mezzo come un [quello!] – manca solo che passino mia madre, il parroco e le mie ex in fila.
Continuano da soli mentre io taccio, e alla fine i californiani vanno verso il ramen, mentre Bob riporta il focus sul pirl… su di me “Visto? Lo dicono anche i tuoi amici! Vieni, solo a vedere cosí sai dov’è, lascia che ti offra una birra!”.
A quel paese Schwarzenegger, bruci tutta l’erba della Silicon Valley, diventino obesi tutti i palestrati delle loro spiagge!
“Vabbè, ma oggi non mi fermo, capito? Indicami dov’è, che poi ritorno” (certo, aspetta!)
“Sì certo, poi torni i prossimi giorni, lascia che ti offra una birra e tieni questo.” Ho un sospetto: che Bob gli idioti come me li mangia a colazione. Sorride come una tagliola e mi allunga un biglietto da visita. Era vecchio ma plastificato, roba di classe direi, e c’erano… le tariffe(!).

Dannata anche la mia curiosità. In fondo, sapevo già che chiedere una informazione in Giappone portava risposte impegnative.

A questo punto ci avviamo. Non sapendo cosa mi aspettava… [continua nella parte seconda]

Shibuya - Tokyo - 8 Novembre 2017
* Ho poi scoperto che sono in buona parte cantanti, ballerini e seduttori. Sono le Star dei locali notturni, dove le ragazze pagano bene per vederli esibire e pagano ancora di più per il privilegio di lasciarsi sedurre da loro. A me appaiono virili come una bambola di pezza, ma come dicevano i romani: gustibus autobus filobus.

*1 Come insegnano i maestri, ci sono uomini col borsello in vero vitello e altri in finto bue.

Shibuya e Milla Jovovich

L’incrocio di Shibuya a Tokyo è come appare nei film: grande, affollato, psichedelico.

Come l’interno dei treni e la stazione di Shinjuku – col più alto traffico passeggeri al mondo – fa capire perché è in questi posti che si finge partano le epidemie zombie.
I posti sono affollatissimi, la gente sta vicina, non sia mai sbadigliare in pubblico o incrociare le gambe da seduti ma puoi starnutire in faccia alla gente facendoti sentire dalla Corea. I giapponesi sono predisposti. Allo zombismo, intendo.

Simone Puddu Shibuya Tokio
L’incrocio di Shibuya a Tokio, dove Milla Jovovich sfascia zombies come fossero angurie.

E così, zoppicante per un infortunio, mi sono trascinato per l’incrocio di di Shibuya proprio come gli zombie di Resident Evil, magari un po’ meno pallido, ma di Milla Jovovich nemmeno l’ombra per quanto ci sperassi. Peccato, sarebbe stata una bella morte.

In un localino imboscato in una via laterale, due ragazze locali fumano e ridono, ogni tanto lanciano uno sguardo a questo strano  gaijin coi capelli verdi, che beve e scrive, a cui non si avvicineranno.

Forse potrei esordire con un “Eeeeeeehh…”…

Shibuya - Tokyo - 8  Novembre 2017

Il mistero delle panchine di Shinjuku

E così finalmente ho trovato dove sedere.

Si tratta di un isolotto al lato del marciapiede, arredato con cubi colorati ed un separatore – dalla strada – in legno. Una chiara scritta indica: Shinjuku Street Seat. Applausi per la conquista!
Immaginati se nella mappa della tua città ci fosse una freccetta e “n.13: Le panchine, qui puoi sedere”.

Simone Puddu Shinjuku Tokyo
Alle celebri panchine di Shinjuku – Tokyo

Sono le prime panche che vedo in ore ed è chiaro che la gente del posto non è abituata, non ci si siede! Ci passano davanti, le guardano un po’ perplessi. I loro occhi paiono dire “Ma come, non c’è nessuna divisa che le controlla? Non stanno pagando?” e se non paghi forse rubi.

Non mi credi? Aggiungo questo: sono occidentale, ho la barba – e qui risalta! – o ho i capelli verdi(!) e nessuno mi ha degnato di uno sguardo nelle ultime 28 ore, sono tornato anonimo. Ora, seduto a bordo della strada, mi guardano come un freak show!

Non è un caso che con me ci siano solo un ragazzo forse cingalese, ed una vecchia coppia con scritto in faccia “dalla campagna cinese ed esausti!”.

Well… benvenuto/a con me in Giappone, a Tokio, nel quartiere alternativo e del godimento di Shinjuku. Come inizio è intenso e bello anche se, devo ammetterlo, sono arrivato senza alcun entusiasmo, ma almeno inizia la curiosità. Fossi esperto di Giappone capirei tante cose, ma il mio focus era più sulla Cina e l’infarinatura che ho della cultura locale per ora mi lascia con più domande che altro.
Tipo, che fine hanno fatto i cestini dei rifiuti? Non ne trovo uno per strada, eppure è tutto pulito. Porto appresso una bottiglietta vuota, da ore, ma non so dove gettarla!
Oppure, perché delle semplici panche a bordo strada sono un esperimento sociale, ed io mi ritrovo a far da cavia?

Ti dirò che ad essere qui, ora, la passione che potevo avere per manga e videogiochi – quel poco – è svanita, ha fatto PUFF!  Ma sono felice, davvero. Questo casino consumista qui attorno deve avere qualcosa di buono e lo voglio scoprire

Shinjuku - Tokyo - 7 Novembre 2017